CARMEN MINUTOLI – Giornalista – Sito Ufficiale

gennaio 7, 2011

7 gennaio 2011 – Reggio Emilia:Festa del Tricolore e Anniversario dell’Unità d’Italia

Nel XVIII sec. l’architetto Ludovico Bolognini progettò la grande sala destinata all’archivio ducale degli Estensi.  Forse mai avrebbe immaginato il prestigio che tale sala avrebbe acquisito con il trascorrere del tempo. Oggi è utilizzata come sala consiliare del Comune di Reggio Emilia ma è meglio nota come “La Sala del Tricolore” in quanto è qui che esso venne esposto per la prima volta il 7 gennaio 1797. L’annuale ricorrenza celebrativa del “Giorno della Bandiera Italiana”  diviene quindi occasione  per ripartire  nel 2011 con l’avvio delle celebrazioni per l’anniversario dei “150 anni dell’Unità d’Italia” .Il 17 marzo del 2011  infatti l’Italia Unita festeggia i suoi 150 anni. Le celebrazioni della fondazione dello Stato nazionale sono state aperte lo scorso 5 maggio   (https://minutoli.wordpress.com/2010/05/05/litalia-unita-compie-150-anni/)   dal Presidente della Repubblica   da  Quarto, dove nel 1860 partì la spedizione dei Mille. Seguendo il tragitto dei garibaldini verso Sud, 6 giorni dopo, il Capo dello Stato ha celebrato lo sbarco a Marsala. altri eventi si sono poi susseguiti durante lo scorso anno.

 Ecco il discorso  odierno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano  a Reggio Emilia:

“Un grazie per l’accoglienza e lo spettacolo che ci è stato offerto: un tripudio di tricolori, un tripudio di bandiere, un esempio di partecipazione popolare consapevole e festosa che ci conforta nella nostra convinzione e nel nostro sforzo perché ci dice quanto sia vivo, nelle nostre terre e tra le giovani generazioni, il senso della storia e dell’unità nazionale.

Non c’era perciò luogo più giusto, e non c’era giorno più giusto, che Reggio Emilia il 7 di gennaio, per dare inizio alla fase più intensa e riccamente rappresentativa delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. Se c’è stata una memoria del nostro lungo processo storico nazionale, che nei decenni dell’Italia repubblicana non si è mai omesso di coltivare e celebrare, è stata precisamente quella della nascita del tricolore ; e ne va dato merito a questa città, a questa popolazione e a quanti l’hanno via via rappresentata.

Nel 2010 le celebrazioni del centocinquantenario hanno richiamato eventi fondamentali del 1860, a cominciare dalla spedizione dei Mille, dall’impresa garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, che aprì la strada al compimento del moto unitario.

Oggi – nel passare il testimone ai Sindaci di Roma e delle due prime capitali del Regno unitario, che sono lieto di vedere tra noi e cordialmente saluto – si riparte dall’antefatto di quel moto, dalle prime connotazioni politico-statuali che l’Italia aveva assunto nell’era napoleonica, dalla scelta, 214 anni orsono, dell'”iscrivere in un piccolo lembo del territorio italiano – ha detto il professor Melloni – il tricolore come bandiera politica”.

Un secolo più tardi – egli ha ricordato – il Carducci avrebbe celebrato il primo tricolore come bandiera “nazionale” perché pre-esistente all’Unità. Discorso che si riallaccia a quello più ampio, e ricorrente, sui fondamenti identitari comuni, segnatamente culturali, emersi attraverso un plurisecolare travaglio come propri della nazione italiana ben prima del suo tardivo costituirsi in Stato unitario.

Nella sua così bella prolusione, Alberto Melloni ci ha fatto rivivere la storia dei ” tanti tricolori” nell’Italia giacobina, fino all’affermarsi di quella che effettivamente divenne la bandiera dell’Italia unita, dello Stato nazionale finalmente nato ; e ha soprattutto affrontato senza infingimenti i limiti che segnarono a lungo il riconoscimento del valore comune di quel vessillo. Egli ha fatto anche la storia, direi, della delusione, dello scontento, che accompagnò o ben presto seguì il compimento dell’Unità, la proclamazione, nel 1861, del Regno d’Italia e che ha finito per riprodursi fino ai giorni nostri.

Giuseppe Galasso, uno dei nostri storici più operosamente e puntualmente impegnati nella riflessione sul centocinquantenario, ha ricordato come dopo il 1860 una parte delle stesse forze risorgimentali “andò all’opposizione – mazziniani, garibaldini, repubblicani, paleo socialisti” e come la critica del Risorgimento abbia, in diverse fasi successive, conosciuto significative espressioni. Anche oggi d’altronde non si chiede – nel celebrare il centocinquantenario – una visione acritica del Risorgimento, una rappresentazione idilliaca del moto unitario e tantomeno della costruzione dello Stato nazionale. Quel che è giusto sollecitare è un approccio non sterilmente recriminatorio e sostanzialmente distruttivo, è un approccio che ponga in piena luce il decisivo avanzamento storico che – al di là di contraddizioni e perfino di storture da non tacere – la nascita dello Stato nazionale unitario ha consentito all’Italia. La nascita del nostro Stato unitario e – come ho detto di recente – la sua rinascita su basi democratiche, nel segno della Costituzione repubblicana.

L’esperienza del fascismo e della lotta antifascista, della Resistenza in tutte le sue manifestazioni, della grande riflessione e della straordinaria ricerca dell’intesa in sede di Assemblea Costituente, portò al superamento di antiche antinomie e di guasti profondi, condusse al recupero di ideali, valori, simboli comuni che erano stati piegati a logiche aberranti dal nazionalismo e dal fascismo. L’idea di Nazione, l’amor di patria, acquistarono o riacquistarono il loro fondamento di verità e il loro senso condiviso, così come i principi di sovranità dello Stato laico e di libertà religiosa. Apparvero definitivamente rimossi i motivi di separazione o estraneità rispetto al comune risconoscersi in un ordinamento nazionale democratico : sia quelli di stampo confessionale sia quelli di stampo rivoluzionario internazionalistico. Nello stesso tempo, il più granitico argine a ogni reviviscenza nazionalistica, per la pace e la giustizia tra le Nazioni, fu posto nell’articolo 11 della Costituzione e, nella pratica, con la nascita e lo sviluppo dell’Europa comunitaria.

E non fu per caso che venne collocato all’articolo 12 il riferimento al tricolore italiano come bandiera della Repubblica. Riferimento sobrio, essenziale, ma imprescindibile. I Costituenti vollero farne – con quella collocazione nella Carta – una scelta non solo simbolica ma di principio.

E dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei “Principi fondamentali” della nostra Costituzione, ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l’obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore, non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiano ruoli di rappresentanza e di governo.

E più in generale, vorrei rivolgere un vivo incitamento a tutti i gruppi politici, di maggioranza e di opposizione, a tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni nazionali regionali e locali, perché nei prossimi mesi, al Sud e al Centro come al Nord, si impegnino a fondo nelle iniziative per il centocinquantenario, così da renderne davvero ampia e profonda la proiezione tra i cittadini, la partecipazione dei cittadini, in rapporto ad una ricorrenza da tradurre in occasione di rafforzamento della comune consapevolezza delle nostre responsabilità nazionali.

Sono convinto che ciò sia possibile anche perché c’è una persistenza della memoria del Risorgimento e del moto nazionale unitario assai più diffusa, in tutte le regioni, di quanto taluno mostri di ritenere. E a forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misura rilevante in una parte del paese, vorrei dire che il ritrarsi, o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il centocinquantenario – che è impegno a rafforzare le condizioni soggettive di un’efficace guida del paese – non giova a nessuno. Non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle, legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico.

Non ripeterò ora preoccupazioni su cui ho avuto modo di esprimermi ampiamente, per la difficoltà e la durezza delle prove che attendono e già incalzano l’Italia in un delicato contesto europeo e in un arduo confronto internazionale. Vorrei solo dire che la premessa per affrontarle positivamente, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialità su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come Stato nazionale aperto a tutte le collaborazioni e a tutte le sfide ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere, e tanto meno a impulsi disgregativi, che possono minare l’essenzialità delle sue funzioni, dei suoi presidi e della sua coesione.

E dunque, sia più che mai questo 7 gennaio 2011, la riflessione e la festa con cui oggi lo celebriamo a Reggio Emilia, pegno della nostra determinazione nel riaffermare, tutelare, rinsaldare l’unità nazionale, che fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita”.

***

Carmen Minutoli

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maggio 5, 2010

L’ITALIA UNITA COMPIE 150 ANNI

 Un secolo e mezzo di storia italiana dal momento in cui da “staterelli” divisi e occupati, in lotta da sempre per la libertà si è pervenuti all’unificazione nazionale.

Inizia nel 2010 il percorso di preparazione che porterà ai grandi festeggiamenti del 2011; le celebrazioni per questa grande concquista saranno tante ed in tutta la Nazione anche se le polemiche, come al solito, non smettono neanche difronte ad un evento storico così significativo per tutti gli italiani.

Riporto di seguito il comunicato diffuso dal Quirinale in merito al discorso del Presidente Giorgio Napolitano sulla manifestazione

Carmen Minutoli

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Intervento del Presidente Napolitano in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della partenza dei Mille
Genova, 05/05/2010

 

 

 

 Non è per caso, e non è solo per ragioni di cronologia storica che l’itinerario delle visite ai “Luoghi della memoria” per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia parte dalla spiaggia e dallo scoglio di Quarto a Genova. In effetti, fu qui che il 5 maggio del 1860 prese avvio, con la spedizione dei Mille, la fase conclusiva del lungo percorso del movimento per l’Unità, che sarebbe culminata nella proclamazione, il 17 marzo 1861, di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, nella nascita cioè dello Stato unitario.

Si aggiunga che se si ripercorrono gli eventi sfociati nella decisiva scelta dell’impresa garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, è possibile cogliere le componenti e gli intrecci essenziali del moto unitario, i suoi tratti originali e i motivi del suo successo. L’Unità d’Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratico-rivoluzionarie. Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono.

Le tensioni non mancarono anche alla vigilia della decisione di salpare da Quarto per la Sicilia : non mancarono in Garibaldi i dubbi sulle possibilità di riuscita dell’impresa ; non mancarono le preoccupazioni e le riserve di Cavour per una spedizione guidata da Garibaldi, i cui svolgimenti e le cui ricadute potessero sfuggire al controllo politico e diplomatico del massimo stratega del processo unitario. Pesarono, e non poco, diffidenze e rivalità personali nel cui giuoco era ben presente anche Vittorio Emanuele. Al fondo, era in questione, o così sembrava, l’egemonia, l’impronta – moderata o democratica – del movimento per l’Unità e della costruzione del nuovo Stato che ne sarebbe scaturito. Ma su tutto prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli avvenimenti, gli imperativi del processo storico, con cui tutti i protagonisti della causa italiana dovettero fare i conti.

La Seconda Guerra d’Indipendenza si era conclusa con una vittoria, costata un pesante tributo di sangue anche alle forze del Regno sardo ; la scelta dell’alleanza con Napoleone III si era rivelata obbligata e feconda, anche se comportò il duro sacrificio della cessione alla Francia di Nizza e della Savoia ; attaccato per questo sacrificio, Cavour poté comprensibilmente vantare per la sua politica “l’averci condotto” – disse – “in così breve tempo a Milano, a Firenze e a Bologna”.

In effetti, con l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, il regno sabaudo superò gli 11 milioni di abitanti, divenendo un non più trascurabile Regno centro-settentrionale.

Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo, restava “troppo lontano dall’ideale, non solo mazziniano, di un’Italia unita, che fosse opera soprattutto degli italiani stessi”. Si erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini dell’iniziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino allora sperimentate. Lo disse chiaramente nel luglio 1859 l’accordo di Villafranca tra Napoleone III e l’Imperatore Francesco Giuseppe, che prospettava per l’Italia la soluzione mortificante di una Confederazione di tutti gli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del Pontefice. A Cavour non restò che rassegnare le dimissioni. Spettava ormai “alle forze democratiche e rivoluzionarie” – è sempre il giudizio del nostro maggiore storico di quegli eventi – “imprimere una nuova spinta in avanti al processo unitario”. Era venuto il momento di Garibaldi.

D’altronde, già in vista della II Guerra d’Indipendenza, Garibaldi era stato richiesto da Cavour di reclutare volontari che sarebbero stati chiamati a far parte del corpo dei “Cacciatori delle Alpi” e avrebbero dato un contributo decisivo alla vittoria contro gli austriaci in Lombardia. Al di là di ogni sospetto e circospezione nei confronti di Garibaldi, Cavour non dubitava – così si espresse – che egli fosse una “delle maggiori forze di cui l’Italia potesse valersi”. Se non si voleva rinunciare al compimento, in Sicilia e nel Mezzogiorno, dell’unificazione nazionale, e non si voleva dare per chiusa la questione romana – e nessuno dei diversi protagonisti poteva volerlo – anche le incognite di una spedizione in Sicilia guidata da Garibaldi andavano accettate, sia pure con prudenza.

D’altra parte, le aspettative per ulteriori sviluppi del movimento per l’Unità d’Italia erano cresciute e crescevano in tutte le regioni non ancora liberate. E una spinta decisiva venne – mentre a Genova affluivano i volontari – dai moti rivoluzionari scoppiati a Palermo e nel palermitano nell’aprile 1860. Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici politici. Ne dava la misura il fenomeno del volontariato, stimolato e coordinato dalla Società nazionale creata nel 1857, e incanalato dapprima verso il Piemonte in vista della guerra contro l’Austria.

Senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due navi dirette in Sicilia – Piemonte e Lombardo. Erano in realtà anche più di mille, in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri : nelle sue famose e sempre fascinose “Noterelle”, Abba dice di udire a bordo “tutti i dialetti dell’Alta Italia”, e parla di “Veneti, giovani belli e di maniere signorili”, di Genovesi e Lombardi, “gente colta all’aspetto, ai modi e anche ai discorsi”. Insomma, italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un’Italia finalmente unificata.

Si indulge forse alla retorica rievocando questi e altri aspetti e momenti dell’epopea dei Mille, o rendendo omaggio alla capacità di attrazione e di guida, al coraggio e alla perizia di condottiero, insomma alla straordinaria figura di Garibaldi, incomprensibilmente oggetto ancora di grossolane denigrazioni da parte di nuovi detrattori? Bisogna intendersi. Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale e le prove di sacrificio ed eroismo ; e ancor più lo sarebbe una rappresentazione acritica dei traguardi raggiunti 150 anni fa e da allora ad oggi. Ma non è questa la strada che stiamo seguendo – il governo, il Parlamento, le istituzioni regionali e locali, il mondo della cultura – per celebrare il centocinquantesimo anniversario della fondazione dello Stato unitario : è giusto ricordare i vizi d’origine e gli alti e bassi di quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell’unificazione italiana e innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra Nord e Sud ; è giusto quindi anche riportare in luce filoni di pensiero e progetti che restarono sacrificati nella dialettica del processo unitario e nella configurazione del nuovo Stato.

Non è però retorica il reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad avvalorare ipotesi di unificazione solo parziale dell’Italia, abbandonando il Sud al suo destino, ipotesi che mai furono abbracciate da alcuna delle forze motrici e delle personalità rappresentative del movimento per l’Unità.

E tanto meno è retorica il recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale : ne abbiamo bisogno, ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune, anche per affrontare con l’indispensabile fiducia le sfide che attendono e già mettono alla prova il nostro paese, per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia. Ne hanno bisogno anche i ragazzi delle Forze Armate che portano la nostra bandiera, rischiando la vita, in impervi teatri di crisi.

Perciò tutte le iniziative che il ministro Bondi ha richiamato come sobrio programma per il 150° – iniziative di carattere culturale, di più larga risonanza emotiva e popolare, di particolare valenza educativa e comunicativa – non sono tempo perso e denaro sprecato, ma fanno tutt’uno con l’impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti dinanzi a noi : perché quest’impegno si nutre di un più forte senso dell’Italia e dell’essere italiani, di un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione. Ieri volemmo farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell’unità e indivisibilità come fonte di coesione sociale, come base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del Sud in un sempre più arduo contesto mondiale. Così, anche celebrando il 150°, guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c’è da rinnovare nella società e nello Stato.

Ieri e oggi ho reso egualmente omaggio alla Genova di Mazzini e di Garibaldi, e alla Genova dei giorni nostri, esempio di un nuovo risorgimento scientifico e produttivo, di un nuovo slancio creativo e laborioso.

Deve quindi guidarci più che mai anche in queste celebrazioni un forte spirito unitario : esse non possono essere rivolte in polemica con nessuna parte politica né formare oggetto di polemica pregiudiziale da parte di nessuna parte politica. C’è spazio per tutti i punti di vista e per tutti i contributi. Onoriamo così i patrioti, gli eroi e i caduti dei Mille che salparono da Genova in questo giorno 5 di maggio di 150 anni orsono.

gennaio 31, 2009

GIOVANNINO GUARESCHI E LA SUA ARTE HANNO COMPIUTO 100 ANNI

book01NEL 2008 I FESTEGGIAMENTI UFFICIALI PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL GIOVANNINO

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